di Luigi Capuano
Docente titolare di Elementi di Composizione per Didattica della Musica
Conservatorio di Musica “S. Giacomantonio” di Cosenza
Direzione d’orchestra tra tecnica e creatività nell’era dei nuovi ordinamenti
La figura del Direttore d’orchestra è da sempre avvolta da un’aura di carisma e autorità, ma il panorama formativo e artistico contemporaneo solleva un interrogativo cruciale: può un maestro essere veramente tale senza una profonda, viscerale comprensione dell’atto della composizione?
Assistiamo oggi a un fenomeno crescente: un numero significativo di musicisti ambisce al podio privilegiando la tecnica direttoriale e la prassi esecutiva, ma eludendo il rigoroso studio e la pratica della composizione. Tale tendenza, se da un lato apre la strada a nuove energie, dall’altro rischia di depauperare la direzione della sua radice intellettuale più profonda.
Il conservatorio italiano, con i suoi recenti Nuovi Ordinamenti (legge 508/99 e decreti attuativi), ha giocato un ruolo determinante in questa trasformazione. In passato, l’accesso al corso di Direzione d’orchestra richiedeva sovente il conseguimento almeno del Compimento Medio (7° anno) di Composizione . Questo requisito non era una mera formalità burocratica, ma un filtro culturale che assicurava al futuro direttore:
L’attuale struttura a cicli (Triennio e Biennio Accademico) ha in molti casi slegato o notevolmente alleggerito il vincolo con la Composizione. Spesso, discipline cruciali come Composizione, Strumentazione e Orchestrazione vengono studiate dagli allievi di Direzione contemporaneamente alla prassi direttoriale stessa. Questo approccio, seppur pragmatico, è intrinsecamente problematico.
Le competenze compositive non dovrebbero essere apprese durante il corso di Direzione, ma dovrebbero costituire una competenza già acquisita alla base. Solo un direttore che abbia già assimilato la grammatica della creazione può dedicarsi pienamente alla sintassi dell’interpretazione. Il risultato della formazione simultanea è un podio tecnicamente preparato, ma talvolta carente della coscienza creativa che deriva dall’aver affrontato il vuoto della pagina bianca con rigore e anni di studio dedicati.
La superficialità verso il nuovo
Il prezzo di questa scissione tra fare e dirigere si manifesta con particolare evidenza nell’approccio alla musica contemporanea. Molti direttori moderni mostrano un atteggiamento di superficialità verso le nuove composizioni, preferendo navigare nelle acque sicure del repertorio storico (il “classico” Settecento e Ottocento).
È innegabile che la musica del passato sia il fondamento della nostra arte, ma l’esecutore, e in particolare il direttore, in quanto figura di riferimento nella società culturale, ha il dovere morale di essere un agente di crescita per l’arte musicale. Sfruttare le musiche esistenti per far carriera, senza dare un impulso significativo alla creazione di nuovo repertorio, è un percorso troppo comodo che blocca l’evoluzione stessa del linguaggio musicale.
Il direttore, privo di una formazione compositiva solida, può percepire la partitura contemporanea, spesso complessa nelle notazioni, nelle tecniche e nelle architetture formali, come un ostacolo insormontabile, piuttosto che come una nuova lingua da decifrare. Il compositore-direttore, al contrario, porta con sé la “cassetta degli attrezzi” del creatore, potendo così:
Il Direttore come intellettuale
La grande tradizione (da Mendelsshon a Boulez, da Wagner a Mahler, da Strauss a Bernstein) ci insegna che il musicista completo è colui che padroneggia tutte le fasi dell’arte sonora.
È troppo facile limitarsi a sfruttare la grandezza del passato. Per onorare tale grandezza, è necessario emularne la spinta creativa. La società musicale ha bisogno di direttori che siano anche compositori, che non temano di sporcarsi le mani con la creazione del futuro musicale. Solo così il podio tornerà a essere il centro nevralgico della creatività artistica e non solo il palcoscenico di una gloriosa, ma immobile, rievocazione.